JUDO

JUDO

Il judo (柔道jūdō?, Via della Cedevolezza) è un’arte marziale, uno sport da combattimento ed un metodo di difesa personale giapponeseformalmente nato in Giappone con la fondazione del Kōdōkan da parte del Prof. Jigorō Kanō, nel 1882. I praticanti di tale disciplina sono denominati judoisti o più comunemente judoka (柔道家jūdōka?).

« Il jūdō è la via (?) più efficace per utilizzare la forza fisica e mentale. Allenarsi nella disciplina del jūdō significa raggiungere la perfetta conoscenza dello spirito attraverso l’addestramento attacco-difesa e l’assiduo sforzo per ottenere un miglioramento fisico-spirituale. Il perfezionamento dell’io così ottenuto dovrà essere indirizzato al servizio sociale, che costituisce l’obiettivo ultimo del jūdō.

Jū (?) è un bellissimo concetto riguardante la logica, la virtù e lo splendore; è la realtà di ciò che è sincero, buono e bello. L’espressione del jūdō è attraverso il waza, che si acquisisce con l’allenamento tecnico basato sullo studio scientifico.»

(Jigorō Kanō)

Il jūdō è in seguito divenuto ufficialmente disciplina olimpica nel 1964 in occasione delle Olimpiadi di Tōkyō, e ha rappresentato alle Olimpiadi di Atene2004 il terzo sport più universale con atleti da 98 diversi Paesi, mentre alle Olimpiadi di Londra hanno partecipato 387 atleti da 135 diversi Paesi.

Descrizione del Judo

Il termine “jūdō” è composto da due kanji:  (jū, yawara?, gentilezza, adattabilità, cedevolezza, morbidezza) e  (dō, michi?, via); ed è quindi traducibile anche come via dell’adattabilità, o via della gentilezza; esplicitando così il principio yawara (?) sul quale si basa il jūdō.

« Il termine “jūdō” è stato usato in tempi remoti antecedenti alla restaurazione Meiji, ma generalmente si preferiva dire “jū-jutsu”, o più comunemente “yawara”, che compendia il precedente: l’uno richiamandosi all’agilità vera e propria e l’altro alle tecniche di attacco e difesa.»
(Jigorō Kanō)

Il jūdō del Prof. Kanō è l’evoluzione del jū-jutsu della Tenshin Shin’yō-ryū e della Kitō-ryū.

Storia del Judo

Contesto storico-politico

Il contesto storico era particolare: Il 1853 aveva segnato una data importante per il Giappone: il commodoro Matthew C. Perry, della Marina Militare degli Stati Uniti d’America, entra nella baia di Tokyo con una flotta di quattro navi da guerra (le cosiddette Navi Nere) consegnando a dei rappresentanti dello shogunato Tokugawa un messaggio col quale si chiedevano l’apertura dei porti e trattati commerciali. Il Giappone, che fino a quel momento aveva vissuto in completo isolamento dal resto del mondo (Sakoku), grazie alla Convenzione di Kanagawa, apre finalmente le frontiere agli stranieri. Dopo l’abdicazione dell’ultimo shogun Tokugawa Yoshinobu avvenuta nel 1867, il potere imperiale di fatto riacquisiva il controllo politico del Paese, e contestualmente alla Restaurazione Meiji, la promulgazione dell’editto del 1876 col quale si proibiva il porto del daishō decretava la scomparsa della casta dei samurai.

Scrive Troni: «Agli ex daimyō il governo assegnò titoli nobiliari di varia classe, a seconda della importanza delle loro famiglie ed una indennità pecuniaria proporzionale alle loro antiche rendite, in buoni del tesoro. Venne infine dichiarata la eguaglianza fra le quattro classi dei samurai, contadini, artigiani e mercanti. I corpi armati dei samurai vennero sciolti […] e si determinò una nuova divisione delle classi sociali che si distinsero infatti in: nobiltà, borghesia, e popolo. Fra le molte riforme […] bisogna ancora ricordare l’adozione del sistema metrico decimale e del calendario gregoriano».

Vi furono importanti cambiamenti culturali nella vita dei giapponesi dovuti all’assorbimento della mentalità occidentale e naturalmente ciò provocò un rigetto di tutto ciò che apparteneva al passato, compresa la cultura guerriera che tanto aveva condizionato la vita del popolo durante il periodo feudale. Il jutsu, essendo parte integrante di questa cultura, lentamente scomparve quasi del tutto. Inoltre, le arti marziali tradizionali vennero ignorate anche a causa della diffusione delle armi da fuoco e molti dei numerosi dōjō allora esistenti furono costretti a chiudere per mancanza di allievi; i pochi rimasti erano frequentati da ex-samurai lottatori professionisti pagati appunto per combattere (essendo il loro unico mezzo di sostentamento) e che talvolta venivano coinvolti in episodi di violenza o crimini. Questo influenzò ulteriormente il giudizio negativo del popolo nei confronti del jū-jutsu nel quale vedeva un’espressione di violenza e sopraffazione.

« Per la nuova disciplina che volevo diffondere ho evitato di proposito anche i nomi tradizionali fino ad allora largamente usati, quali “jū-jutsu”, “tai-jutsu”, “yawara”, […] e ho adottato “jūdō”. I motivi per cui ho voluto evitare le denominazioni tradizionali erano più d’uno. A quel tempo molti avevano del jū-jutsu o del tai-jutsu un concetto diverso da come io li intendevo; non pensando minimamente a un beneficio fisico e mentale, li collegavano immediatamente ad azioni violente come strangolamenti, lussazioni, fratture, contusioni e ferite… Era un’epoca in cui le trasformazioni sociali costringevano gli uomini di spada e del jū-jutsu, un tempo celebri, ad affrontare un nuovo modo di vivere, perché venivano perdendo la protezione dei potenti feudatari, tanto che qualcuno di essi, dedicandosi al commercio a cui non era educato, a volte cadeva in una vita misera di vagabondo, mentre altri, per sbarcare il lunario, dovevano esibire le loro capacità senza pudore. Perciò, quando si parlava di arte della spada o di jū-jutsu, nessuno immaginava che si trattasse della preziosissima disciplina che tramandava la quintessenza della cavalleria samurai. Queste cose mi indussero a rinnovare almeno il nome della disciplina, altrimenti mi sarebbe risultato difficile anche trovare degli allievi che vi si dedicassero.»

(Jigorō Kanō)

Jigorō Kanō ed il jū-jutsu

La storia del jūdō ed il jūdō stesso sono inseparabili dal fondatore, Jigorō Kanō. Nato nel 1860 in una famiglia agiata, nel 1877, sebbene in contrasto con le idee del padre al riguardo, entrò in contatto con il suo primo maestro Hachinosuke Fukuda della Tenshin Shin’yō-ryū tramite il “conciaossa”Teinosuke Yagi anch’egli un tempo jū-jutsuka della stessa ryū.

« Tenshin Shin’yō è una scuola nata da Iso Mataemon unendo i metodi di Yoshin-ryū e Shin-no-shindo-ryū. Nell’infanzia il nome del Fondatore era Okayama Hachirogi, divenuto Kuriyama Mataemon alla maggiore età, e finalmente era stato adottato dalla famiglia Ito ed assunto dal Bakufu col titolo di Iso Mataemon Ryu Kansai Minamoto Masatari. »

(Jigoro Kano)

Inoltre, come spiega Sanzo Maruyama, il nome della scuola deriva da «yo, che significa “salice” e shin che significa “spirito”. La scuola dello spirito come il salice si ispira alla flessibilità dell’albero», «questa scuola studiava atemitorae e shime, principalmente in costume di città. Non dava importanza alle proiezioni.»

Nel 1879, Fukuda propose al giovane Kanō di partecipare all’esibizione di jū-jutsu per il Presidente degli stati unitiUlysses Simpson Grant, dove i maestri Iso e Fukuda avrebbero dato una dimostrazione del kata mentre Kanō e Godai Ryusaku del randori. Il Presidente fu molto colpito dall’esibizione e confidò allo stesso Fukuda che avrebbe voluto che il jū-jutsu divenisse più popolare negli Stati Uniti.

Alla morte del cinquantaduenne maestro Fukuda, nove giorni dopo la famosa esibizione, e ricevuti formalmente dalla vedova di Fukuda i denshō (伝承denshō?, trasmissione, tradizione, leggenda), Kanō divenne il maestro del dōjō.

Dopo poco Kanō si iscrisse al dōjō di Masatomo Iso, discepolo di Mataemon Iso fondatore dello stile, che fu felice di prenderlo come suo assistente. Il maestro Iso insegnava principalmente i kata e gli atemi-waza.

In seguito alla morte del maestro Iso e al raggiungimento della laurea in Lettere presso l’Università Imperiale di Tokyo nel 1881, Kanō si trovò nuovamente alla ricerca di un nuovo maestro. Chiese quindi dapprima al maestro Masaki Motoyama un rispettato maestro della Kitō-ryū, ma questi non essendo più in grado di insegnare data l’età, gli suggerì di fare richiesta al maestro Tsunetoshi Iikubo, amico di Motoyama ed esperto di kata e dinage-waza.

Scrive Watson: «Ci sono molte differenze degne di rilievo tra lo stile Tenshin Shin’yō e lo stile Kitō. Ad esempio, il Tenshin Shin’yō possiede un maggior numero di tecniche di strangolamento e di immobilizzazione rispetto al Kitō, mentre quest’ultimo ha sempre avuto tecniche di proiezione di maggior efficacia.»

« Dopo due anni di studio e allenamento, iniziati attorno al 1878, il mio fisico cominciò a trasformarsi e al termine di tre anni avevo acquisito una notevole robustezza muscolare. Sentivo leggerezza nell’animo e m’accorgevo che il carattere alquanto irascibile che avevo da ragazzo diveniva sempre più mite e paziente e che la mia indole acquistava maggiore stabilità. Non si trattava solo di questo: ero consapevole di aver guadagnato benefici sul piano spirituale. Pertanto, alla conclusione dei miei studi di jū-jutsu, approdai a una mia verità: cioè che questo insegnamento poteva essere applicato a risolvere qualsiasi circostanza in ogni momento della vita, tanto che in me si fece strada la convinzione che tale beneficio psicofisico dovesse essere portato a conoscenza di tutti e non solo riservato a una ristretta cerchia di praticanti.»

(Jigorō Kanō)

Il Kōdōkan

Contestualmente all’incarico di docente al Gakushuin, il Prof. Kanō aveva deciso che era giunto il momento di lasciare il suo alloggio studentesco e di fondare un proprio dōjō.

Scrive Barioli: «Nel febbraio 1882 aveva affittato un alloggio nel tempio di Eishō, a Shitaya-kita, nel quartiere Umebori.»

E Watson precisa: «In un quartiere di Tōkyō conosciuto come Shitaya-kita Inarichō, trovò un tempio buddhista chiamato Eishōji che aveva a disposizione varie stanze vuote da prendere in affitto. Dopo aver visitato il tempio e contattato l’abate, un monaco di nome Shunpo Asahi, Jigorō decise di affittare tre stanze: la più piccola la tenne per sé, quella media la destinò all’accoglienza dei suoi allievi, e quella più grande la trasformò in un dōjō con un tatami costituito da dodici tappetini.»

Per inciso, l’Eishōji secondo l’odierna toponomastica di Tōkyō, si trova nel quartiere Higashiueno, Taitō, nelle vicinanze del Parco di Ueno, mentre l’attuale sede del Kōdōkan, costituita da ben otto piani e operativa dal 1958, è ubicata a Kasuga, Bunkyo-ku, sempre nell’area metropolitana di Tōkyō.

Il Prof. Kanō riprese allora il termine “jūdō”, che Terada Kan’emon, il quinto sōke della Kitō-ryū, aveva coniato quando aveva creato il proprio stile e fondato la sua scuola, la Jikishin-ryū, ma che, come lo stesso Kanō fa notare, «esisteva anche prima della Restaurazione Meiji (un esempio ne è la scuola Chokushin-jūdō).» Lo stile venne conosciuto anche come “Kanō jū-jitsu” o “Kanō jū-dō”, poi come “Kōdōkan jū-dō” o semplicemente “jū-dō” o “jūdō”. Nel primo periodo, venne anche chiamato “jū-jitsu”, da cui sono derivate ambiguità persistenti soprattutto all’estero fino agli anni quaranta.

A sostegno della scientificità del metodo Kanō, scrive Shun Inoue:

« Dagli inizi del Kōdōkan, invece di legarsi ad una sola scuola, Kanō creò una nuova, “scientifica”, arte marziale selezionando le migliori tecniche delle scuole di jūjutsu. Inizialmente egli combinò azioni di lotta e tecniche di colpo ai punti vitali proprie della Tenshin Shin’yō-ryū con le tecniche di proiezione predilette dalla Kitō-ryū. Ma Kanō non limitò la sua ricerca alle sole tecniche di queste due scuole. […]
In aggiunta all’utilizzo dei principî scientifici, Kanō fu pioniere di un nuovo metodo d’insegnamento e di una nuova concezione di rapporto tra insegnante e allievo. […]
Kanō, un razionalista, credeva nel potere della scienza e volle che il Kōdōkan judo avesse un fondamento scientifico.

« Ovviamente non fu possibile esaminare a fondo ogni tecnica del Kōdōkan jūdō su basi scientifiche. Ma in generale, poiché esse erano modellate secondo principî scientifici, la loro superiorità rispetto alle vecchie scuole fu subito evidente. »

(Jigorō Kanō)

Kanō la mette proprio come se lo sviluppo e la diffusione del Kōdōkan jūdō fossero una “vittoria della scienza”. »

Riguardo ai membri del primo Kōdōkan scrive ancora Watson: «Il primo allievo di Jigorō nel nuovo dōjō fu Tsunejirō Tomita, un giovane proveniente dalla penisola di Izu, nella prefettura di Shizuoka» e «il secondo allievo ad essere ammesso al dōjō fu un ragazzo di nome Shirō Saigō, che in seguito sarebbe diventato uno dei migliori jūdōka della sua generazione. Tra gli altri allievi che si unirono alla scuola di Kanō vi furono vari colleghi universitari di Jigorō, studenti ed ex-studenti della Gakushūin, e alcuni suoi amici.» Inoltre i rapporti con il maestro Iikubo non si erano certo interrotti, anzi, Kanō accettava di buon grado le visite del sōke della Kitō-ryū sia dal punto di vista tecnico, in quanto gli allievi potevano apprendere direttamente da Iikubo i particolari del suo jū-jutsu, sia ovviamente dal punto di vista personale per la profonda stima che ognuno aveva dell’altro. Tuttavia il padrone del tempio, il signor Asahi, prete del Jōdo-shū, una delle più antiche sette buddhiste del Giappone, a causa dei rumori dovuti alla pratica, più volte dovette redarguire Kanō e i suoi, finché non si decise di costruire il primo vero e proprio dōjō esterno ai locali del tempio.

Il jūdō quindi, strettamente all’arte del combattimento, venne completamente collaudato durante il periodo a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Il riconoscimento della sua eccellenza pratica e teorica nell’ambito del bujutsu (武術 bu-jutsu?, arti marziali) senz’armi contribuì a salvare molti altri ryū ( ryū?, scuola, stile) e metodi dall’oblio, nonostante il periodo storico non certamente favorevole. Già nel 1905, infatti, gran parte delle vecchie scuole di jū-jutsu si era integrata con il Kōdōkan contribuendo così allo sviluppo e alla diffusione del metodo Kanō in tutto il mondo.

La filosofia del Kōdōkan jūdō

Nel 1882 Jigorō Kanō era docente di inglese ed economia alla Gakushūin. Dotato di straordinarie capacità pedagogiche, intuì l’importanza dell’attività motoria e dell’addestramento al combattimento, se insegnati adeguatamente per lo sviluppo fisico ed intellettuale dei giovani.

« Il jū-jutsu tradizionale, come tante altre discipline del bu-jutsu, poneva l’obiettivo strettamente ed esclusivamente sull’attacco-difesa. È probabile che molti maestri abbiano anche impartito lezioni sul significato della Via e altrettanto sulla condotta morale, ma, adempiendo il loro dovere di insegnanti, la meta primaria rimaneva quella di insegnare la tecnica.

Diverso è invece il caso del Kōdōkan, dove si dà importanza anzitutto all’acquisizione della Via e la tecnica viene concepita unicamente come il mezzo per raggiungere tale obiettivo. Il fatto è che le ricerche sul jū-jutsu mi portarono verso una Grande Via che pervade l’intero sistema tecnico dell’arte, mentre lo sforzo e i tentativi per definire l’entità della scoperta mi convinsero chiaramente dell’esistenza della Via Maestra, che ho definito come “la migliore applicazione della forza mentale e fisica”. »

(Jigorō Kanō)

Quindi, Jigorō Kanō Shihan eliminò dal randori tutte le azioni di attacco armato e di colpo, che potevano portare al ferimento (talvolta grave) degli allievi: tali tecniche furono ordinate solo nei kata, in modo che si potesse praticarle senza pericoli. E infatti, una delle caratteristiche fondamentali del jūdō è la possibilità di effettuare una tecnica senza che i praticanti si feriscano. Ciò accade grazie alla concomitanza di diversi fattori quali l’abilità di uke nel cadere, la corretta applicazione della tecnica da parte di tori, e alla presenza del tatami che assorbe la caduta di uke. Nel combattimento reale, come può essere una situazione di pericolo contro un aggressore armato o non, una tecnica eseguita correttamente potrebbe provocare gravi menomazioni o finanche essere fatale.

Difatti non bisogna mai dimenticare il retaggio marziale del jūdō: il Prof. Kanō studiò e approfondì le nage-waza della Kitō-ryū, le katame-waza e gli atemi-waza di Tenshin Shin’yō-ryū e costituì un suo personale sistema di educazione al combattimento efficace e gratificante, supportato da forti valori etici e morali mirati alla crescita individuale e alla formazione di persone di valore.

Scrive Barioli: «Questa è la diversità di concezione tra il jūjutsu e il jūdō. Dalla tecnica e dalle esperienze del combattimento sviluppate nel periodo medievale, arrivare tutti insieme per crescere e progredire col miglior impiego dell’energia, attraverso le mutue concessioni e la comprensione reciproca.» Questa fu la vera evoluzione rispetto al jū-jutsu che si attuò anche attraverso la formulazione dei principî fondamentali che regolavano la nuova disciplina: seiryoku-zen’yō (精力善用? il miglior impiego dell’energia) e jita-kyō’ei (自他共栄? tutti insieme per il mutuo benessere).

Le qualità sulle quali si poggia il codice morale del fondatore e alle quali ogni judoista dovrebbe mirare durante la pratica e la vita di tutti i giorni si rifanno agli ideali del bushidō: gi ( gi?, onestà),  ( ?, coraggio), jin ( jin?, benevolenza), rei ( rei?, educazione), makoto ( makoto?, sincerità), meiyo (名誉 meiyo?, onore), chūgi (忠義 chūgi?, lealtà).

Per ottenere ciò, secondo gli insegnamenti del Prof. Kanō, è necessario impiegare proficuamente le proprie risorse, il proprio tempo, il lavoro, lo studio, le amicizie, al fine di migliorare continuamente la propria vita e le relazioni con gli altri, conformando cioè la propria vita al compimento del principio del “miglior impiego dell’energia”. Da ciò dunque l’alto valore educativo del judo.

A tal proposito scrive Stornaiuolo: «L’elemento peculiare dell’ideale del Prof. Kanō, il fine ultimo della sua filosofia, è – senza mezzi termini – il cambiamento della società. Jita-kyōei (自他共栄?), ossia la “mutua prosperità”, è il veicolo di un immaginario pacifista e ambientalista, che vede il perfezionamento dell’uomo come la chiave di volta dell’intero sistema. La consapevolezza dell’inutilità del singolo ha il suo duale positivo nell’unione di più individui il cui obiettivo è il benessere comune. Il Kōdōkan Jūdō si propone quindi come lo strumento adatto al raggiungimento dello scopo: trascendendo l’educazione fisica (rentaihō (練体法?)) e la teoria dell’attacco-difesa (shōbuhō (尚武法?)), si giunge al jūdō superiore (shūshinhō (修身法?)), dove il praticante è in armonia con se stesso e gli altri, e dove gli altri sono in armonia con loro stessi e collettivamente coi singoli.»

Il judo mira a compiere la sintesi tra le due tipiche espressioni della cultura giapponese antica e cioè Bun-bu, la penna e la spada, la virtù civile e la virtù guerriera.

« Il dottor Kanō utilizzava un ideale giapponese molto antico: forza e cultura unite insieme. La cultura senza forza è inefficace, la forza senza cultura è barbarica. Il dottor Kanō esemplificava questo ideale nella sua persona; creò il jūdō, ma fu anche un personaggio di spicco dell’istruzione nazionale, oltre che preside di due importanti licei e autore degli scritti raccolti in tre importanti volumi.

Spiegò che l’ideogramma “bun” (?) comprendeva i concetti di cultura, raffinatezza, buon carattere, chiarezza di visione e d’intelligenza. “Bu” (?)significa capacità di combattere, forza di volontà, concentrazione, capacità di mantenere la calma. Divideva questo ideogramma in due parti; […] La parte in basso a sinistra significa “controllare” o “fermare”, la parte in alto a destra era il vecchio carattere che significava “lancia”. L’ideogramma, complessivamente, significa “controllare la lancia“. Vuol dire che bisogna imparare a usare la lancia, non allo scopo di attaccare, ma per “controllare la lancia” con cui si viene attaccati. Questa doveva essere la base fondamentale della forza bu che si ottiene praticando il jūdō o altre arti marziali. »

(Trevor Leggett)

Il judo nel XX secolo e agli inizi del XXI secolo

Sviluppo del judo a livello mondiale

Il jūdō nei primi anni del Novecento conobbe una straordinaria diffusione in Giappone e parallelamente iniziò la sua diffusione nel resto del mondo grazie a coloro che avevano modo di entrare in contatto col Giappone, principalmente commercianti e militari, che una volta apprese le tecniche di base lo importarono poi nei loro paesi d’origine. Non meno importante fu la venuta in Europa intorno al 1915 di importanti maestri giapponesi, allievi diretti di Jigoro Kano, che diedero ulteriore impulso allo sviluppo del jūdō, tra cui Gunji Koizumi in Inghilterra nel 1920e Mikonosuke Kawaishi in Francia.

In Italia le prime testimonianze si riferiscono ad un gruppo di militari appartenenti alla Regia Marina i quali nel 1905 tennero una dimostrazione di “lotta giapponese” davanti al Re d’Italia Vittorio Emanuele III. Gli ufficiali Moscardelli e Michele Pizzolla, in servizio a Yokohama ottennero, secondo quanto contenuto negli archivi della Marina, il 1º dan di jūdō già nel 1889. Bisognerà però aspettare la fine degli anni dieci perché si incominci a parlare di “jūdō”, grazie all’opera di un altro marinaio, Carlo Oletti, che diresse i corsi di jūdō per l’Esercito istituiti appunto nel 1920. Fino al 1924 il jūdō in Italia resterà confinato nell’ambito militare, allorquando fu costituita la FILG (Federazione Italiana Lotta Giapponese), assorbita poi nel ’31 dalla FIAP (Federazione Italiana Atletica Pesante).

Nascita del Brazilian Jiu-Jitsu

Il maestro Mitsuyo Maeda.

Come appendice del Kodokan Jūdō, negli anni venti, il maestro Mitsuyo Maeda portò i fondamentali del ne-waza oltreoceano insegnandoli a Carlos Gracie e Luis França. Il Brazilian Jiu-Jitsu divenne poi un’arte marziale a sé stante attraverso sperimentazioni, pratica e adattamenti ad opera del maestro Hélio Gracie e del fratello Carlos.

Morte di Kanō e secondo dopoguerra

Jigorō Kanō morì nel 1938, in un periodo in cui il Giappone, mosso da una nuova spinta imperialista, si stava avviando verso la seconda guerra mondiale. Dopo la disfatta, la nazione venne posta sotto il controllo degli USA per dieci anni e il jūdō fu sottoposto ad una pesante censura poiché catalogato tra gli aspetti pericolosi della cultura giapponese che spesso esaltava la guerra. Fu perciò proibita la pratica della disciplina ed i numerosi libri e filmati sull’argomento vennero in gran parte distrutti. Il jūdō venne poi “riabilitato” grazie al CIO di cui Jigorō Kanō, primo membro asiatico, fece parte quale delegato per il Giappone.

Il judo olimpico e la nascita dei movimenti tradizionalisti

A partire dal dopoguerra, con l’organizzazione dei primi Campionati Internazionali e Mondiali, e successivamente con la sua inclusione alle Olimpiadi del 1964, il jūdō si è sempre più avvicinato allo sport da combattimento e alle discipline di lotta occidentali, distaccandosi lentamente dalla tradizione tanto da assumere un’identità propria come pratica sportiva a sé stante.

Anche le metodologie di insegnamento e di allenamento sono mutate di conseguenza e difatti si è cominciato a privilegiare la ricerca del vantaggio minimo che permette di vincere la gara, a discapito della ricerca della tecnica magistrale che sì attribuisce la vittoria immediata ma che al contempo espone l’atleta ad un maggiore rischio di subire un contrattacco. Tale percorso è stato possibile utilizzando tecniche derivate dalla lotta libera che per efficacia in gara e affinità biomeccanica ben si uniscono alle tecniche tradizionali del jūdō pur tradendone la vocazione e la genealogia marziale.

Tale risvolto, inevitabile, si è acuito con l’entrata in scena negli anni ottanta degli atleti dell’ex URSS, spesso esperti di sambo, lotta che, epurata delle tecniche di colpo, ben si presta ad un confronto agonistico e all’integrazione col jūdō.

Altro notevole impulso all’espansione del judo si è avuta nel 1988 in concomitanza dei Giochi Olimpici di Seul dove il judo femminile entra come sport dimostrativo, e poi ancora nel 1992 in occasione dei Giochi Olimpici di Barcellona dove il judo femminile viene incluso definitivamente nel programma olimpico.

In conseguenza di ciò, tuttavia, negli anni si è sviluppata la tendenza a privilegiare un tipo di insegnamento che metta in condizione l’allievo-atleta di guadagnare immediatamente punti in gara, prediligendo talora posizioni statiche assolutamente contrarie alla filosofia jūdōistica classica. Inoltre, una delle conseguenze di tale impianto didattico è la scarsa considerazione degli aspetti educativi e formativi della disciplina, il che è spesso indice di scarsa preparazione dell’insegnante, che non comprende la necessità di fornire un’adeguata base tecnica e morale all’allievo prima di focalizzarsi sulla pratica agonistica.

« Come ripeto ogni volta, il judo è una disciplina concepita come Grande Via, ossia universale. Esso permette di graduare l’insegnamento secondo la necessità e l’interpretazione personale. Può essere concepito come bujutsu, può costituire un’educazione fisica, interessare la coltivazione mentale e morale, fino a permettere l’applicazione della capacità acquisite al vivere quotidiano. Diverso è invece il caso degli sport agonistici, che rappresentano un genere di attività fisica dedicato essenzialmente al risultato di vittoria-sconfitta, anche se l’allenamento ad essi, a patto che sia eseguito in modo corretto, porta un giovamento sul piano fisico e mentale e quindi può risultare efficace e utile, cosa di cui nessuno discute.

Fatto sta che la differenza è enorme: mentre negli sport competitivi l’obiettivo si confina nell’ambito ristretto di ricercare la vittoria, quello del judo propone una finalità ampia e complessa, tanto che possiamo definire gli sport competitivi come un’applicazione parziale dell’obiettivo in cui si riconosce la disciplina del judo. Dunque è plausibile, anzi lecito, interpretare il judo anche nell’accezione agonistica e competitiva, anche se questo rappresenta un genere di allenamento che da solo non porta al compimento dell’obiettivo vero e proprio della disciplina. In altre parole: è vero che bisogna riconoscere nell’esigenza dei tempi l’istanza del judo come sport da competizione, tuttavia senza dimenticare nemmeno per un attimo quale ne è il significato e la vera funzione. »

(Jigorō Kanō)

Nicola_TempestaIl maestro Nicola Tempesta nel 1966. Oggi 8º dan, è stato il primojudoka italiano a vincere la medaglia d’oro ai Campionati Europei nel 1957.

Nel nel ’74 la FIAP viene assorbita dalla FILPJ, (Federazione Italiana Lotta Pesi Judo), che a sua volta, inglobando anche il karate, cambierà denominazione in FILPJK (Federazione Italiana Lotta Pesi Judo Karate) nel 1995. Nel luglio del 2000 l’Assemblea Nazionale decide di scindere la FILPJK in FIJLKAM (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali) e FIPCF (Federazione Italiana Pesistica e Cultura Fisica).

In Italia particolare merito spetta, per la divulgazione del jūdō e per la costituzione in organizzazione federale, al Maestro Benemerito Tommaso Betti Berutto, autore del testo – usato come riferimento da almeno due generazioni di insegnanti tecnici italiani, ma non certo indenne da gravi imperfezioni – “Da cintura bianca a cintura nera“, al Maestro Benemerito Giovanni Bonfiglio, pioniere del jūdō e delle arti marziali in Sicilia e Calabria già dal 1946, e all’Avv. Augusto Ceracchini, cinque volte Campione d’Italia e co-istitutore dell’Accademia Nazionale Italiana Judo, al Maestro Benemerito Nicola Tempesta, 8º dan, padre della “scuola napoletana” di jūdō, nove volte Campione d’Italia e primo italiano Campione d’Europa, e al Maestro Cesare Barioli, autore di importanti testi sul jūdō sia di carattere tecnico, sia come metodo educativo e formativo.

Ed è proprio grazie all’esempio del maestro Cesare Barioli, in disaccordo con la politica federale incentrata esclusivamente sulla promozione del judo sportivo, che dalla fine degli anni settanta, allo scopo di riaffermare il valore tradizionale del judo, si sono costituite associazioni sportive e culturali che tendono a far rivivere i principi espressi dal Fondatore, quantunque anch’esse si dedichino all’attività agonistica. Tali associazioni sono riunite all’interno di diversi enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI ed associazioni sportive senza scopo di lucro; tra di esse le più importanti sono: AAdJ, Nihonden Judo®-ACSI, AICS, AIJ, AISE, CSEN, CSI, CUS, FIJT, UISP, ecc.

In Giappone nel 2006 ha suscitato grande scalpore l’intervento del maestro Yasuhiro Yamashita, 8° dan del Kōdōkan, dal titolo “In relazione al Judo Renaissance, nel quale l’enfasi è su un maggiore e più efficace impegno da parte delle più importanti istituzioni mondiali nella promozione del judo come metodo educativo anziché soltanto come sport.

« Se il Judo diverrà in ogni Nazione una forma di formazione e sviluppo della persona, penso che la Educazione umana potrà avere un avanzamento. Stiamo portando avanti il progetto del “Judo Renaissance” con questo spirito, ci siamo impegnati concretamente fino a questo punto. »

(Yasuhiro Yamashita)

Naturalmente nella sua globalità tale movimento tradizionalista non deve essere concepito come antonimia della pratica sportiva, bensì come complemento fondamentale a quest’ultima. Come scrive lo stesso Jigorō Kanō: «Anche nel periodo antico esistevano maestri che impartivano nozioni di tipo etico oltre che tecnico: si trattava di esempi illuminati ma che, tenendo fede al loro impegno di maestri, dovevano necessariamente privilegiare la tecnica. Nel jūdō invece gli insegnanti devono percepire la disciplina soprattutto come educazione, fisica e mentale.»Mentre invece, «per coloro che si dimostrassero particolarmente portati alla competizione è lecito interpretare sportivamente la disciplina, purché non si dimentichi che l’obiettivo finale è ben più ampio.»

Le tecniche

Secondo il metodo d’insegnamento del Prof. Kanō, il Kōdōkan Jūdō consiste fondamentalmente nell’esercitare la tecnica di combattimento e nella ricerca teorica, entrambe cose elaborate dal principio “yawara”.

« Yawara significa adeguarsi alla forza avversaria al fine di ottenere il pieno controllo. Esempio: se vengo assalito da un avversario che mi spinge con una certa forza, non devo contrastarlo, ma in un primo momento debbo adeguarmi alla sua azione e, avvalendomi proprio della sua forza, attirarlo a me facendogli piegare il corpo in avanti

La teoria vale per ogni direzione in cui l’avversario eserciti forza. »

(Jigorō Kanō)

Il jūdō offre un ricco repertorio di tecniche di combattimento, categorizzato solitamente come di seguito. Queste tecniche comprendono l’applicazione del principio yawara (non soltanto nel contesto dell’elasticità passiva intesa in senso buddhista, ma anche come principio attivo del contrattacco, enucleano i principi dell’attacco-difesa propri del metodo Kanō e ne dimostrano l’efficacia sia nel combattimento reale, sia nella competizione sportiva.

Tassonomia del waza

Le tecniche del jūdō del Prof. Kanō, ed oggi riconosciute ufficialmente dal Kōdōkan Jūdō Institute di Tōkyō, sono così suddivise:

  • Nage-waza
  • Tachi-waza
  • Te-waza
  • Koshi-waza
  • Ashi-waza
  • Sutemi-waza
  • Ma-sutemi-waza
  • Yoko-sutemi-waza
  • Katame-waza
  • Osae-komi-waza
  • Shime-waza
  • Kansetsu-waza
  • Atemi-waza
  • Ude-ate
  • Yubisaki-ate
  • Kobushi-ate
  • Tegatana-ate
  • Hiji-ate
  • Ashi-ate
  • Hiza-gashira-ate
  • Sekitō-ate
  • Kakato-ate

Harai-goshi

 

220px-HaraigoshiNage-waza (tecniche di proiezione)

Secondo la tassonomia tradizionale delle tecniche di jūdō, il gruppo preponderante è quello delle nage-waza (投技 nage-waza?, tecniche di proiezione). Tali tecniche sono metodi di proiezione dell’avversario atti alla neutralizzazione della carica offensiva di quest’ultimo. L’apprendimento è strutturato secondo un sistema chiamato go-kyō-no-waza che ordina 40 tecniche in 5 kyō ( kyō?, gruppi) di 8 tecniche, in base alla difficoltà di esecuzione e alla violenza della caduta. Il totale delle nage-waza ufficialmente riconosciute dal Kōdōkan Jūdō Institute e dall’IJF è di 67 tecniche.

  • All’interno delle nage-waza si distinguono le tachi-waza (立技 tachi-waza?, tecniche impiedi), ovvero le tecniche in cui tori proietta uke rimanendo in una posizione di equilibrio stabile, e le sutemi-waza (捨身技 sutemi-waza?, tecniche di sacrificio), ovvero le tecniche in cui tori proietta uke sacrificando il suo equilibrio.
    • Le Tachi-waza a loro volta si suddividono in tre gruppi: te-waza (手技 te-waza?, tecniche di braccia), koshi-waza (腰技 koshi-waza?, tecniche di anca) e ashi-waza (足技 ashi-waza?, tecniche di gamba).
    • Le Sutemi-waza a loro volta si suddividono in due gruppi: ma-sutemi-waza (真捨身技 ma-sutemi-waza?, tecniche di sacrificio sul dorso) e leyoko-sutemi-waza (横捨身技 yoko-sutemi-waza?, tecniche di sacrificio sul fianco).

È tuttavia importante sottolineare che tale suddivisione biomeccanica ai fini dell’appartenenza o meno di un waza ad un gruppo, considera l’usoprevalente di una parte del corpo di tori, e non l’uso esclusivo di tale parte.

Alle nage-waza è dedicato il nage-no-kata.

220px-JujiKatame-waza (tecniche di controllo)

Il secondo macrogruppo è costituito dalle katame-waza (固技 katame-waza?, tecniche di controllo). Tali tecniche possono essere eseguite nel ne-waza (寝技 ne-waza?, tecnica al suolo, combattimento a terra) in successione ad un nage-waza, ovvero a seguito di un hairi-kata (入り形 hairi-kata?, forma d’entrata, opportunità), oppure –in rari casi– come azioni propedeutiche ad una proiezione.

  • Le katame-waza si suddividono in osae-komi-waza (抑え込み技 osae-komi-waza?, tecniche di immobilizzazione), shime-waza (絞技 shime-waza?, tecniche di strangolamento), e kansetsu-waza (関節技 kansetsu-waza?, tecniche di leva articolare).

Nel caso delle Osae-komi-waza si possono distinguere due sottogruppi anche se tale ulteriore suddivisione trascende la tassonomia tradizionale. Esistono quindi immobilizzazioni su quattro punti d’appoggio dette shihō-gatame (四方固 shihō gatame?, controllo su quattro punti) e le immobilizzazioni “diagonali” dette kesa-gatame (袈裟固 kesa-gatame?, controllo a fascia); per quanto concerne gli Shime-waza, è anche possibile distinguere ulteriori sottoclassificazioni non ufficiali a seconda della posizione relativa di tori e uke, o alle prese di tori su uke, come nel caso dei jūji-jime (十字絞 jūji-jime?, strangolamento a croce); mentre invece, per i Kansetsu-waza è possibile riconoscere due sottogruppi principali, il primo indicante le leve di distensione dette hishigi-gatame (挫固 hishigi-gatame?, controllo distorsivo), e il secondo le leve di torsione degli arti dette garami ( garami?, torsione).

Alle katame-waza è dedicato il katame-no-kata

Atemi-waza (tecniche di colpo)

  • L’ultimo gruppo di tecniche è chiamato atemi-waza (当て身技 atemi-waza tecniche di colpo) e si divide in: ude-ate (腕当て ude-ate, colpi con gli arti superiori) e ashi-ate (足当て ashi-ate, colpi con gli arti inferiori).
    • Gli ude-ate a loro volta si suddividono in: yubisaki-ate (指先当て yubisaki-ate, colpi inferti con la punta delle dita), kobushi-ate (拳当て kobushi-ate, colpi inferti con il pugno),tegatana-ate (手刀当て tegatana-ate?, colpi inferti col taglio della mano), ed hiji-ate (肘当て hiji-ate, colpi inferti con il gomito).
    • Gli ashi-ate a loro volta si suddividono in: hiza-gashira-ate (膝頭当て hiza-gashira-ate, colpi inferti con il ginocchio), sekitō-ate (石塔当て sekitō-ate, colpi inferti con l’avampiede), ekakato-ate (踵当て kakato-ate, colpi inferti con il tallone).

Lo stesso Jigorō Kanō spiega gli effetti di tali tecniche: «Un attacco sferrato con potenza contro un punto vitale può dare come risultato dolori, perdita di coscienza, menomazioni, coma o addirittura morte. Le atemi-waza vengono praticate solamente nei kata, mai nel randori.»

Ukemi

È molto importante per un jūdōka saper cadere senza farsi male, ed infatti le ukemi (受身 ukemi, cadute) sono le prime nozioni che vengono insegnate ai nuovi praticanti. Esistono quattro diversi tipi di ukemi:

  • Mae-ukemi (前受身 mae-ukemi, caduta in avanti frontale).
  • Zempō-kaiten-ukemi (前方回転受身 zempō-kaiten-ukemi, caduta in avanti frontale con rotolamento), applicabile in due forme: migi ( migi, destra) e hidari ( hidari, sinistra).
  • Ushiro-ukemi (後ろ受身 ushiro-ukemi, caduta indietro).
  • Yoko-ukemi (横受身 yoko-ukemi, caduta laterale), applicabile sia a destra che a sinistra.

Il jūdō moderno tende ad interpretare la caduta come una sconfitta, ma in realtà essa è a tutti gli effetti una tecnica per consentire al corpo di scaricare senza danni l’energia cinetica accumulata durante la proiezione. Se male eseguita, possono verificarsi infortuni come lussazioni della spalla, contusioni al capo, ai piedi, ecc.

Fasi dell’esecuzione del waza

Kuzushi

La possibilità di eseguire con successo una tecnica di proiezione è fondata sull’ottenimento di uno squilibrio kuzushi (くずし kuzushi?, squilibrio, obliquo) dell’avversario mediante azioni di spinta o trazione, ovvero tramite azioni ben calibrate atte al raggiungimento dello tsukuri (作り tsukuri, costruzione).

« I movimenti base di kuzushi sono la spinta e la trazione, che vengono eseguiti con tutto il corpo, e non solo con le braccia. L’azione di sbilanciamento può essere eseguita lungo una linea retta o curva, e in ogni direzione. Per neutralizzare ogni tentativo dell’avversario di farci perdere l’equilibrio, bisogna dapprima cedere alla sua azione, e poi applicare il nostro kuzushi. »

(Jigorō Kanō)

Viene definito happō-no-kuzushi (八方のくずし happō-no-kuzushi, 8 direzioni di squilibrio) il sistema di classificazione delle direzioni di squilibrio per il quale è possibile spostare il baricentro del corpo dell’avversario rispetto allo shizen-tai (自然体 shizen-tai?, posizione naturale) nelle 8 direzioni principali disposte idealmente a mo’ di rosa dei venti, ossia verso l’avanti, indietro, laterale (destra e sinistra) e in diagonale (destra e sinistra).

Tsukuri e kake

(JA)
« 「身体と精神を最も有効に働かせる」、これが柔道の根本原理で、この原理を技の上に生かしたのが「作り」と「掛け」の理論となります。

「作 り」は、相手の体を不安定にする「くずし」と、自分の体が技を施すのに最も良い位置と姿勢をとる「自分を作る」ことから成り立っています。「掛け」は、こ の作られた一瞬に最後の決め手を施すことをいいます。 この「作り」と「掛け」は、柔道の根本原理に従った技術原理ということができます。

互いに、精力善用・自他共栄の根本原理に即した作りと掛けを競い合う間に、自然とこの根本原理を理解し、体得して、社会百般の実生活に生かそうとしています。 「技から道に入る」わけです。 »(IT)
« Il waza (?) si basa sul principio fondamentale del jūdō, che è seiryoku-zen’yō (精力善用?) ed esso si esprime nella tecnica con le teorie di tsukuri (作り?) e di kake (掛け?).

Tsukuri è preparato dal kuzushi (くずし?) (il quale significa rompere la postura e l’equilibrio del vostro avversario), per mettere il vostro corpo in jibun-wo-tsukuru (自分を作る? tenersi pronti) al fine di facilitare il vostro attacco. Kake è chiamata l’applicazione dell’ultimo momento decisivo dell’azione tecnica. Tsukuri e kake possono anche essere considerati i principi fondamentali della tecnica del jūdō.

Seiryoku-zen’yo (精力善用?) e jita-kyo’ei (自他共栄?) interessano fortemente l’esercizio di tsukurikake e capirne e padroneggiarne la teoria serve ad applicarla a tutte le fasi della vita umana.

Principalmente è waza-kara-dō-ni-iru (技から道に入る?), entrare nella via passando dal waza. »(Kōdōkan Jūdō Institute)

I concetti di tsukuri e di kake sono di fondamentale importanza nell’esecuzione delle tecniche. Il primo quindi si esplicita quando si è nella corretta posizione per effettuare la tecnicaimpiegando meno energia possibile, seguendo il principio del seiryoku-zen’yō (精力善用 seiryoku-zen’yō?, miglior impiego dell’energia), mentre invece il secondo è traducibile come la realizzazione materiale del gesto tecnico, o talvolta, anche solo come la proiezione.

Il maestro Kyūzō Mifune spiega così entrambi i principî:

(EN)
« TSUKURI AND KAKE (POSITIONING TO THROW AND EXECUTION OF THROW)

Synchronization of arm, leg and hips
Before executing a technique, it is essential to move your body into the correct position after having broken your opponent’s balance. –This is called tsukuri. The execution of the technique itself is known as kake. Because immediate intent and simultaneous action are taught from the beginning, sometimes people understand these to mean that there is a sequence for the actions of the arm, leg, and hips. As a rule, tsukuri precedes kake. Also, the fundamental element to understand is to use the power of your mind to control the arms, legs, and hips, to act in perfect synchronization. –This is essential. »(IT)
« TSUKURI E KAKE (POSIZIONARSI PER LA PROIEZIONE ED ESECUZIONE DELLA PROIEZIONE

Sincronizzazione di braccia, gambe ed ànche
Prima di eseguire una tecnica, è essenziale spostare il proprio corpo nella posizione corretta dopo aver rotto l’equilibio dell’avversario. Ciò è detto tsukuri. L’esecuzione della tecnica è conosciuta come kake. Poiché l’intenzione immediata e l’azione simultanea sono insegnate dal principio, talvolta i praticanti intendono che ci sia una sequenza per le azioni di braccia, gambe e ànche. Normalmente, tsukuri precede kake. E inoltre, l’elemento fondamentale da capire è usare la forza della mente per controllare braccia, gambe ed ànche, per agire in perfetto sincronismo. Questo è essenziale. »(Kyūzō Mifune)

Princìpi di esecuzione del waza

Secondo la didattica classica, i principi di esecuzione del waza sono tre:

  • Sen ( sen?, l’iniziativa).
  • Go-no-sen (後の先 go-no-sen?, il contrasto dell’iniziativa).
  • Sen-no-sen (先の先 sen-no-sen?, l’iniziativa sull’iniziativa).

Sen

Il principio sen è tutto ciò che riguarda l’attaccare l’avversario mediante tecniche dirette o renraku-waza (連絡技 renraku-waza?, tecniche in successione). Sen si applica in primo luogo tramite azioni mirate a sviluppare l’azione mantenendo l’iniziativa, continuando ad incalzare l’avversario con attacchi continui atti a portarlo in una posizione di squilibrio o comunque vulnerabile.

Go-no-sen

Il principio go-no-sen si attua con l’uso dei bōgyo-no-gaeshi (防禦の返 bōgyo-no-gaeshi?, tecniche di difesa e contrattacco). Tali tecniche, applicabili prima, durante o dopo l’attacco da parte dell’avversario, sono generalmente etichettate a seconda della tipologia di contrattacco: chōwa (調和 chōwa?, schivare),  ( ?, bloccare), yawara ( jū, yawara?, assecondare).

Sen-no-sen

Ipotizzando che l’esecuzione del waza preveda in generale un tempo di preparazione (anche solo mentale) all’esecuzione pratica e considerando tale tempo parte dell’attacco, il principiosen-no-sen consiste nell’attaccare l’avversario quando quest’ultimo è in tale fase di preparazione. Solo l’assidua pratica nel randori (乱取り randori?, pratica libera) permette di sviluppare la capacità di percezione delle azioni dell’avversario necessaria all’applicazione di tale principio.

« “Sen-no-sen” è un principio d’azione riservato a jūdōisti molto abili, che fonde i due precedenti e che richiede intuizione. Non si può allenare sen-no-sen con esercizi educativi, ma lo si comprende solo con la pratica spinta. Per fare un esempio supponiamo che l’avversario abbia una buona posizione tanto che risulta difficile affrontarlo con il principio sen; tuttavia c’è un attimo in cui il suo atteggiamento mentale di difesa si rilascia per lasciare posto a quello di attacco: naturalmente non si è ancora mosso per attaccare, ha solo cambiato l’atteggiamento mentale; allora si attacca trovandolo scoperto.

Sen-no-sen appare esteriormente come un attacco sen, ma nel mondo interiore è come un go-no-sen. »

(Cesare Barioli)

Esercizi d’allenamento

  • Tandoku-renshū (単独練習 tandoku-renshū?, esercitazione individuale).
  • Sōtai-renshū (相対練習 sōtai-renshū?, esercitazione in relazione ).
  • Uchi-komi (打ち込み uchi-komi?, entrare dentro): esercizio che consiste nell’eseguire un gran numero di ripetizioni di una singola tecnica al fine di allenare il corpo a tale movimento.
  • Nage-komi (投げ込み nage-komi?, proiettare dentro): esercizio di affinamento della proiezione.
  • Yakusoku-geiko (約束稽古 yakusoku-keiko?, allenamento con promessa, allenamento in accordo): scambio di tecniche in movimento con un compagno dove questi applica un’opposizione nulla o concordata.
  • Kakari-geiko (掛り稽古 kakari-keiko?, allenamento all’attacco): esercizio specifico di ruolo finalizzato all’allenamento delle strategie d’attacco (o di difesa).
  • Randori (乱取 randori?, pratica libera).
  • Shiai (試合 shiai?, gara, competizione).

I kata

kata ( kata?, forma) sono costituiti da esercizi di tecnica e di concentrazione di particolare difficoltà e racchiudono in sé la sorgente stessa dei principî del jūdō. La buona esecuzione dei kata necessita di lunghi periodi di pratica e di studi approfonditi, al fine di apprenderne il senso profondo.

« Prima dell’era Meiji, molti maestri di jū-jutsu insegnavano solo i kata. Ma io ho studiato sia il Tenshin Shin’yō jū-jutsu che il Kitō jū-jutsu, ed entrambi gli stili includono la pratica sia dei kata che del randori. Se dovessi paragonare il jū-jutsu ad una lingua, allora direi che lo studio dei kata può essere associato allo studio della grammatica, mentre la pratica del randori può essere associata alla scrittura. […] Agli studenti avanzati piace cambiare spesso il compagno di allenamento durante il randori, e molti di loro tendono a trascurare lo studio dei kata.

Nell’esecuzione dei kata, tori indietreggia quando viene attaccato da uke, per poi rivolgere la forza dell’avversario contro lui stesso. Questa è la flessibilità del jūdō: una cedevolezza iniziale prima della vittoria finale. »

(Jigorō Kanō)

Scrive inoltre Barioli: «Il signor Kanō riteneva di utilizzare le “forme” per conservare la purezza del jūdō attraverso il tempo e le interpretazioni personali. Ma il barone Ōura, primo presidente del Butokukai, ci vedeva la possibilità (1895) di proporre una base comune alle principali scuole di jū-jutsu, per presentare al mondo la tradizione di lotta del grande Giappone.» Ed infatti, come lo stesso Kanō scrive nelle sue memorie, sia il kime-no-kata che il katame-no-kata ed il nage-no-kata furono formalizzati dal Kōdōkan e ratificati (con qualche modifica) dal Dai Nippon Butokukai per un utilizzo su scala nazionale, ed attualmente, su scala mondiale.

Il Kōdōkan Jūdō Institute riconosce come ufficiali i seguenti kata:

Il maestro Tadashi Satō, 8° dan Kōdōkan, mentre dimostra il koshiki-no-kata all’EJU Kata Seminar di Roma, 2013. In foto saka-otoshi (坂落?).

L’insieme di nage-no-kata e katame-no-kata viene anche definito randori-no-kata (乱取りの形 randori-no-kata?, forme della pratica libera) poiché in essi vi sono i principî e le strategie in uso nel randori (乱取り randori?, pratica libera).

Non ufficialmente riconosciuto dal Kōdōkan Jūdō Institute è il:

  • Gō-no-kata (剛の形 gō-no-kata?, forme della forza).

Inoltre, non riconosciuti dal Kōdōkan Jūdō Institute in quanto creati ad hoc da maestri o ex-maestri del Kōdōkan in base alle proprie caratteristiche tecniche, sono:

  • Nage-ura-no-kata (投裏の形 nage-ura-no-kata?, forme delle controproiezioni).
  • Go-no-sen-no-kata (後の先の形 go-no-sen-no-kata?, forme del contrasto dell’iniziativa).

 

Il dojo

Panoramica del Dai Dōjō del Kōdōkan Jūdō Institute, Tokyo.

Il luogo dove si pratica il jūdō si chiama dōjō (道場 dōjō?, luogo (di studio) della via), termine usato anche nel buddhismo giapponese ad indicare la camera adibita alla pratica della meditazione zazen (坐禅 zazen?, posizione dello zen), e per estensione, indica un luogo ove il reihō (礼法 reihō?, etichetta) è requisito fondamentale.

« Quando si visita un dōjō per la prima volta, generalmente si rimane colpiti dalla sua pulizia e dall’atmosfera solenne che lo pervade. Dovremmo ricordarci che la parola “dōjō” deriva da un termine buddhista che fa riferimento al “luogo dell’illuminazione”. Come un monastero, il dōjō è un luogo sacro visitato dalla persone che desiderano perfezionare il loro corpo e la loro mente.

La pratica del randori e dei kata viene eseguita nel dōjō, che è anche il luogo in cui si disputano le gare di combattimento. »

(Jigorō Kanō)

Nel dōjō, il jūdō viene praticato su un materassino chiamato tatami ( tatami?). Il tatami in Giappone è fatto di paglia di riso, ed è la normale pavimentazione delle abitazioni in stile tradizionale. Fino agli anni settanta circa si è usato anche per la pratica del jūdō, ma oggi, per fini igienici ed ergonomici, si usano materiali sintetici: infatti per la regolare manutenzione del dōjō è importante che i tatami siano facili da pulire, e per consentire ai jūdōka di allenarsi confortevolmente, devono essere sufficientemente rigidi da potervi camminare sopra senza sprofondare ed adeguatamente elastici da poter attutire la caduta.

Schema dell’interno di un dōjōtradizionale.

Il dōjō ha una organizzazione definita in quattro aree principali disposte indicativamente secondo i punti cardinali:

  • Nord: Kamiza (上座 kamiza?, posto d’onore), che rappresenta la saggezza, è riservato al sensei (先生 sensei?, insegnante) titolare del dōjō alle spalle del quale è apposta l’immagine di Jigorō Kanō Shihan.
  • Est: Jōseki (上席 jōseki?, posto degli alti gradi), che rappresenta la virtù, è riservato ai sempai (下席 senpai?, compagno maggiore), agli ospiti illustri, o in generale agli yūdansha (有段者 yūdansha?, portatori di dan).
  • Sud: Shimoza (下座 shimoza?, posto inferiore), che rappresenta l’apprendimento, è riservato ai mudansha (無段者 mudansha?, non portatori di dan).
  • Ovest: Shimoseki (下席 shimoseki?, posto dei bassi gradi), che rappresenta la rettitudine, è generalmente vuoto, ma all’occorrenza è occupato dai 6ⁱ kyū.

L’ordine da rispettare è sempre quello per cui, rivolgendo lo sguardo a kamiza, i praticanti si dispongono dai gradi inferiori a quelli superiori, da sinistra verso destra. Il capofila di shimoza, usualmente il più esperto tra i mudansha, di norma è incaricato del rispetto del reihō. In particolare è incaricato di avvisare i compagni di pratica riguardo: l’assunzione del seiza (正座 seiza?, posizione formale) in ginocchio, del mokusō (黙想 mokusō?, silenzio contemplativo) e del suo termine yame (止め yame?, fine), del saluto al fondatore shōmen-ni-rei (正面に礼 shōmen-ni-rei?, saluto al principale), del saluto al maestro sensei-ni-rei (先生に礼 sensei-ni-rei?, saluto all’insegnante), del saluto a tutti i praticantiotagai-ni-rei (お互いに礼 otagai-ni-rei?, saluto reciproco), e del ritorno alla posizione eretta ritsu ( ritsu, tachi?, in piedi).

Nei dōjō tradizionali, inoltre, vi è usualmente uno spazio adiacente alla parete dove vi sono conservate le armi per la pratica dei katabokken (木剣 bokken?, spada di legno), tantō (短刀tantō?, pugnale),  ( ?, bastone), e kenjū (拳銃 kenjū?, pistola); e il nafudakake (名札掛 nafudakake?, tabella dei nomi), dove sono affissi in ordine di grado i tag di tutti i jūdōka appartenenti al dōjō.

Il tatami per lo shiai

32º Campionato Nazionale delle scuole superiori (第32回 全国高等学校柔道選手権大会?), Budokan, Tokyo, 2010.

Judoka in azione ai Giochi Olimpici di Londra 2012. I contendenti usano judogi di colore diverso (bianco e blu) per poter essere riconosciuti meglio dal pubblico e dagli ufficiali di gara.

Il tatami utilizzato nelle competizioni shiai (試合 shiai?, gara, competizione) deve avere le misure minime di 12×12 m per le classi Esordienti A e B; e di 13×13 m per le classi Cadetti, Juniores e Seniores, ed uno spessore di almeno 4 centimetri. Al centro vi è l’area di combattimento di dimensioni minime di 6×6 m per le classi Esordienti A e B, e di 7×7 m per le classi Cadetti, Juniores e Seniores; e dimensioni massime di 10×10 m. La zona di pericolo di colore rosso di 1 metro di larghezza è stata abolita nel 2007 a seguito delle delibere IJF in materia, disponendo così della sola area di combattimento interna e dell’area di sicurezza esterna, quest’ultima di larghezza non inferiore a 3 m.

Il jūdōgi

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Jūdōgi.

I jūdōka vestono una divisa chiamata jūdōgi (柔道着 jūdōgi?, divisa da jūdō) composta dagli zubon (ズボン zubon?, pantaloni) di cotone bianco rinforzato soprattutto alle ginocchia e da una uwagi (上着 uwagi?, giacca, casacca) anch’essa bianca di cotone rinforzato, tenuti insieme da una obi( obi?, cintura) colorata. Introdotto da Jigorō Kanō nel jūdō per la prima volta, l’uso del colore della cintura serve per il riconoscimento del grado e dunque presumibilmente dell’esperienza del jūdōka.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Judo (sport).

Durante le competizioni i contendenti indossano una obi bianca o rossa, generalmente da sola oppure più raramente in aggiunta alla propria (e solo se codesta è nera), allo scopo di essere distinti chiaramente ed evitare errori nell’attribuzione dei punteggi di gara. Nelle competizioni internazionali si diversifica il colore del jūdōgi anziché quello della cintura, per rendere ancora più distinguibili i contendenti sia per l’arbitro che soprattutto per il pubblico, specialmente televisivo.

Il sistema di graduazione

Il sistema di graduazione ideato da Jigoro Kanō

GradoSeinen-gumiShonen-gumiDenominazioneNuovi membri

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Bianco

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Bianco

(段級未定者 dan-kyū miteisha?)Novizi

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Azzurro

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Azzurro

(初心者 shoshinsha?)5° kyū

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Bianco

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Bianco

(五級 gokyū?)4° kyū

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Bianco

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Bianco

(四級 yonkyū?)3° kyū

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Marrone

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Viola

(三級 sankyū?)2° kyū

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Marrone

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Viola

(二級 nikyū?)1° kyū

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Marrone

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Viola

(一級 ikkyū?)1° dan

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Nero

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Nero

(初段 shodan?)2° dan

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Nero

(二段 nidan?)3° dan

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Nero

(三段 sandan?)4° dan

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Nero

(四段 yondan?)5° dan

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Nero

(五段 godan?)6° dan

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Bianco e rosso

(六段 rokudan?)7° dan

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Bianco e rosso

(七段 nanadan?)8° dan

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Bianco e rosso

(八段 hachi-dan?)9° dan

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Rosso

(九段 kudan?)10° dan

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Rosso

(十段 jū-dan?)

 

Ad ogni praticante viene attribuito un grado che identifica sinteticamente -almeno nelle intenzioni di Jigorō Kanō Shihan- il suo livello tecnico e quindi la conoscenza e l’abilità nel waza, la sua condotta etica e morale, così come la capacità di applicare i principi del jūdō alla vita quotidiana. Jigorō Kanō stesso, in un articolo del 1918, indica i criteri per la promozione di dan:

« La promozione ai vari gradi

Esistono casi in cui è prevista la bocciatura alla classe superiore o il rinvio dell’esame, quando vengono rilevate situazioni di noncuranza o inosservanza delle regole fondamentali che ogni allievo è tenuto a conoscere; oppure di fronte alla constatazione di un procedimento scorretto nella modalità di apprendimento. […] Nell’esame di promozione rientrano naturalmente anche altre considerazioni, quali il livello di comprensione dei principî del jūdō, l’attitudine comportamentale del candidato, ecc. Ad esempio, di recente abbiamo preso l’iniziativa di inviare a una scuola superiore un regolamento riguardante gli esami di promozione in cui si precisano i seguenti canoni da tenere in considerazione per le valutazioni:

  • Portamento corporeo;
  • Educazione e rispetto dei riti;
  • Capacità tecnica e fisica;
  • Comportamento individuale operoso o indolente. »
(Jigorō Kanō)

La classificazione prevede una divisione tra mudansha, ovvero i non portatori di dan, e gli yūdansha, ovvero i portatori di dan. Tale classificazione, ad opera del Prof. Kanō, è una evoluzione del sistema tradizionale basato su onorificenze, ancora in uso al Dai Nippon Butoku Kai, che prevede l’assegnazione di titoli onorifici a seconda dell’esperienza del praticante.

« L’introduzione del nostro sistema di graduazione avvenne subito dopo la fondazione del Kōdōkan nel 1882. Precedentemente le qualifiche variavano da scuola a scuola, ma in genere risultavano suddivise in tre livelli: Mokuroku, Menkyō e Kaiden, con conferimento del rotolo di attestato, che conteneva anche altri dati e raccomandazioni.

Chi riusciva a superare il livello dilettantistico poteva pertanto allinearsi nella qualifica Mokuroku; progredendo ulteriormente e acquistando la competenza didattica, veniva concesso il Menkyō, con l’autorizzazione di insegnare il jū-jutsu della propria scuola; progredendo ancora e con l’acquisizione dell’abilità che si può definire magistrale, finalmente veniva conferito il certificato di Kaiden, contenente la dichiarazione di aver trasmesso al titolare ogni segreto orale e scritto della disciplina. I gradi erano al massimo cinque, con lunghi intervalli di tempo tra uno e l’altro, cosa che personalmente trovavo controproducente non solo sul piano didattico, ma anche nell’incoraggiare gli allievi. »

(Jigorō Kanō)

L’uso delle cinture, quindi, è stato introdotto dal Prof. Kanō sostanzialmente con l’obiettivo di esplicitare il grado effettivo del praticante, ma è da attribuire agli occidentali (e più precisamente, prima ai francesi in accordo col metodo di Mikonosuke Kawaishi e successivamente ai brasiliani con i fratelli Carlos ed Helio Gracie) l’uso sistematico delle cinture colorate per i mudansha.

Tale sistema di graduazione non è standard in tutto il mondo, ma generalmente prevede i seguenti colori per identificare i jūdōka dal 6º al 1º kyū: bianco, giallo, arancione, verde, blu, e marrone. Al momento è tuttavia in uso in molte associazioni sportive italiane un sistema di graduazione per i mudansha che prevede anche l’attribuzione di “mezze-cinture”, che nonostante siano in antitesi al judo tradizionale, sono state introdotte negli ultimi anni con il pretesto di gratificare l’allievo e portarlo gradualmente all’effettiva capacità intellettiva e tecnica verso il compimento del 14º anno di età. Esistono quindi, tra i vari kyū, le cinture: bianco-gialla, gialla-arancione, arancio-verde, verde-blu e la blu-marrone.

Per gli yūdansha, invece, esiste uno standard globalmente accettato che è quello del Kōdōkan di Tōkyō, che prevede i seguenti colori: nera dal 1º al 5º dan, bianco-rosso dal 6º all’8º dan, e rosso per il 9º e il 10º dan. Le donne, per tradizione, possono indossare la cintura del grado a cui appartengono con una particolare riga bianca orizzontale.

In Italia

Il sistema di graduazione utilizzato in Italia

GradoSeinen-gumiShonen-gumiDenominazione6° kyū

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Bianco

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Bianco
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Bianco-Giallo

(六級 rokukyū?)5° kyū

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Giallo

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Giallo
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Giallo-Arancione

(五級 gokyū?)4° kyū

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Arancione

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Arancione
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Arancione-Verde

(四級 yonkyū?)3° kyū

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Verde

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Verde
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Verde-Blu

(三級 sankyū?)2° kyū

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Blu

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Blu
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Blu-Marrone

(二級 nikyū?)1° kyū

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Marrone

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Marrone

(一級 ikkyū?)1° dan

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Nero

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Nero

(初段 shodan?)2° dan

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Nero

(二段 nidan?)3° dan

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Nero

(三段 sandan?)4° dan

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Nero

(四段 yondan?)5° dan

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Nero

(五段 godan?)6° dan

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Bianco e rosso

(六段 rokudan?)7° dan

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Bianco e rosso

(七段 nanadan?)8° dan

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Bianco e rosso

(八段 hachi-dan?)9° dan

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Rosso

(九段 kudan?)10° dan

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Rosso

(十段 jū-dan?)

 

In Italia, i gradi inferiori alla cintura nera sono rilasciati in seguito ad un esame periodico organizzato dall’Insegnante Tecnico del club. Per ottenere invece il grado di cintura nera 1º dan ci sono diversi percorsi:

  • Al 15º anno di età, i possessori del grado di 2º kyū, possono ottenere il 1º dan per meriti agonistici classificandosi almeno al 3º posto al Campionato Italiano Cadetti; oppure al 17º anno di età, i possessori del grado di 1º kyū, classificandosi nei primi 7 al Campionato Italiano Juniores; oppure dal 17º al 23º anno di età, i possessori del grado di 1º kyū, classificandosi nei primi 7 al Campionato Italiano Under 23.
  • Al 18º anno di età, i possessori del grado di 2º kyū, possono partecipare al Grand Prix 1º e 2º dan il quale prevede una serie di tornei a punteggio: al raggiungimento della soglia di 40 punti si ottiene il 1º dan, e al raggiungimento di ulteriori 50 punti, il 2º dan.
  • Al 16º anno di età, per coloro i quali fossero 1º kyū da almeno 2 anni, è possibile sostenere un esame teorico-pratico indetto dal Comitato Regionale.

Di seguito altre regole per la promozione a dan successivi (valide in Italia):

  • I medagliati ad un Campionato Italiano di classe ottengono generalmente la promozione al dan successivo, fino al 3º dan, direttamente dal Presidente dellaFIJLKAM.
  • I medagliati ad un Campionato Europeo di classe ottengono generalmente la promozione al dan successivo, fino al 4º dan, direttamente dal Presidente dell’EJU.
  • I medagliati ad un Campionato Mondiale o alle Olimpiadi ottengono generalmente la promozione al dan successivo, fino al 5º dan, direttamente dal Presidente dell’IJF.

Per l’ottenimento di gradi dal 1º al 5º dan, tuttavia, è possibile sostenere un esame di graduazione regionale (fino al 3º dan), o nazionale (fino al 5º dan), rispettando i vincoli temporali minimi, ovvero di n+1 anni di attesa per ogni esame di graduazione, dove n è il proprio dan, fino al 5º dan. Dan successivi vengono attribuiti –almeno in Italia–, principalmente, per meriti politici.

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Il contenuto di questa pagina riguardo l’Aikido è tratto dal sito http://it.wikipedia.org/wiki/Judo di “Wikipedia L’encicopledia libera” e lo condividiamo gratuitamente nel pieno rispetto delle condizioni d’uso imposte dalla stessa Wikipedia.